Una riflessione sul lavoro
- Luigi Marelli
- 2 feb 2024
- Tempo di lettura: 2 min
Aggiornamento: 17 ott 2025
Ormai molti commentatori, politici e sindacali, parlano del lavoro, soprattutto del lavoro precario o di quello sottopagato, molti anche del lavoro che maca o del lavoro che c’è ma per il quale mancano i lavoratori opportunamente formati.
Insomma il tema del lavoro non può essere certo un tema da affrontare con una unica prospettiva. Negarne la sua complessità significa non essere in grado di trovare le corrette soluzioni alle diverse problematiche che di volta in volta si presentano intorno a questo ampio arcipelago.
Val pena quindi di riprendere il discorso un po' alla larga, magari con diverse riflessioni tematiche, ma partendo da un minimo comune denominatore.
La nostra Costituzione al primo articolo pone il lavoro alla base della nostra Repubblica. “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”, senza lavoro nessuna Repubblica tanto meno democratica. Il lavoro è un diritto, quante volte ce lo siamo sentito dire, anzi di più, è un diritto costituzionale.
Tuttavia pochi hanno letto la nostra Costituzione per intero, non dico tutta, almeno i Principi Fondamentali.
Nell’art.4 si legge “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto” ma nello stesso articolo si prosegue dicendo “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, una attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”.
Il lavoro è un diritto ma soprattutto un dovere nei confronti degli altri componenti la comunità nazionale.
Questa affermazione può sembrare troppo audace? Che dire delle vecchie bandiere del movimento operaio con sopra scritto “chi non lavora non mangia!” che dire delle strofe ascoltate molte volte durante le manifestazioni politiche e sindacali, dell’antico “Inno dei lavoratori”…”o vivremo del lavoro o pugnando si morrà”.
Questa tensione morale che contraddistingueva il movimento dei lavoratori nel secolo scorso rischia di essere offuscata da vaghe quanto “reazionarie” teorie sulla fine del lavoro, sul diritto a non lavorare, magari continuando a percepire un reddito, e via dicendo.
Credo che dovremo, da riformisti, tracciare un solco ben preciso, il solco del lavoro, del lavoro che c’è, del lavoro che manca, del lavoro che si trasforma del lavoro che verrà. Senza questo solco preciso c’è solo una indistinta galassia di individui, una società frantumata in mille egoismi che non potrà sopravvivere per molto tempo.
La sfida dei riformisti è tutta qui. Con pazienza con tenacia vale la pena di raccoglierla e di dedicarle nuovi sforzi di ricerca e analisi.

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