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I primi venticinque anni del 2000.

  • Antonio Famiglietti
  • 18 ore fa
  • Tempo di lettura: 21 min


Seguire i fatti di cronaca politica – interna e internazionale – giorno per giorno può presentare l’inconveniente di non riuscire a cogliere gli eventi davvero significativi e ad isolare quei processi che determinano trasformazioni i cui effetti si sedimentano nel medio-lungo periodo. Può rivelarsi allora utile questo primo fascicolo del 2025 della rivista Il Mulino, il quale presenta una serie di interventi sul bilancio che è possibile trarre del primo quarto del nuovo secolo. Si è scelto di considerare, al suo interno, i saggi che discutono la Russia (Federico Varese), la Cina (Maurizio Scarpari), gli Stati Uniti (Mario Del Pero), l’Occidente (Angelo Panebianco) e l’Italia (Giovanni Orsina).


1.     I regimi autoritari: Russia e Cina

Sia Russia che Cina conoscono, nei primi venticinque anni del secolo 2000, continuità e discontinuità. In Cina, alla fine degli anni ’50 del Novecento, Mao Tse-tung aveva provato a innescare un “grande balzo in avanti” che si risolse in decine di milioni di morti per carestia. La grande trasformazione è invece riuscita a quel Paese nel primo venticinquennio di questo secolo, grazie ad un efficace mix di imprenditorialità privata e supporto pubblico. “Secondo il Fondo monetario, dal 1970 ad oggi il prodotto interno lordo degli Stati Uniti è passato da essere 27 volte superiore a quello della Cina a meno di una volta e mezza. All’inizio del nuovo millennio la Cina era la sesta potenza economica mondiale, ma in un decennio è balzato al secondo posto, era il terzo esercito per consistenza a livello tecnologico e ora è diventato il secondo”. Per ciò che riguarda “la competizione economica”, il successo cinese si fonda, come è noto, su un modello di crescita orientato all’esportazione. Infatti, la Cina si è affermata “come il principale esportatore globale e il primo partner commerciale di oltre 120 paesi”. Da un lato “il surplus commerciale favorevole nella quasi totalità dei mercati in cui opera” è favorito dalla “debolezza della valuta cinese, il remimbi”; dall’altro i cinesi sono stati in grado di ovviare ai dazi “imposti da Stati Uniti e Unione europea”, continuando a esportare grazie a stratagemmi consentiti dalla normativa doganale e, contemporaneamente, incrementando gli “scambi verso altre nazioni, in particolare del Sud globale”. Nel 2015 è stato lanciato il progetto Made in China 2025 per spostare ulteriormente la produzione manifatturiera verso i settori ad alto valore aggiunto e contenuto tecnologico, riuscendo “alla fine del 2024” a raggiungere “circa il 90% degli obiettivi”. La Cina dominava già “il settore del trasporto marittimo commerciale” ed era “leader della cantieristica navale”. Ora è diventata anche “leader mondiale nelle tecnologie relative alle energie rinnovabili” e “alle auto elettriche”. Accusa ancora ritardi “rispetto agli Stati Uniti” in alcuni settori di punta della ricerca e sviluppo tecnologico, ma è in controllo di “gran parte dei processi di estrazione e raffinazione dei minerali essenziali per l’economia globale e vanta alcune delle infrastrutture più avanzate, compresa la più estesa rete ferroviaria ad alta velocità e sistemi 5G all’avanguardia”.


In Russia è evidente una continuità politica, rappresentata da Putin che ricopre cariche di vertice nello Stato russo dal 1999. Si può ben dire che la politica del Paese, nel primo quarto di questo secolo, sia stata dominata dalla sua figura. Ma è possibile identificare due fasi distinte, durante questo venticinquennio, nella vita economica e politica russa. In effetti, in un testo scritto poco prima di diventare nel 1999 primo ministro, Putin “si riprometteva di risollevare le sorti economiche della Russia post-sovietica, ancorare il Paese al sistema economico internazionale, attrarre investimenti stranieri e combattere la corruzione e la criminalità organizzata”. E “non vi è dubbio che negli anni Dieci il Paese si sia modernizzato”, come attesta il dato del quasi raddoppio del Pil “tra il 1999 e il 2011”, l’aumento di “circa l’11% in termini reali” di “salari medi e pensioni”; la crescita di indici quali il possesso di telefoni cellulari e di computer. Nonostante la persistenza di “notevoli disparità tra il centro e la periferia”, “in quel decennio, i russi diventarono più istruiti e viaggiarono regolarmente all’estero”. Inoltre, “dal 2000, l’aumento delle entrate statali legato alla crescita dei prezzi delle risorse energetiche ha permesso al regime di aumentare le spese, utilizzate principalmente per aumentare i ranghi della burocrazia, della polizia e dell’esercito, nonché per accrescere le pensioni e gli aiuti sociali”. Putin incrementò la propria popolarità grazie alla “lotta senza quartiere” condotta “contro gli oligarchi”, cioè “gli uomini d’affari legati a Yeltsin”, il personaggio che aveva dominato la politica russa negli anni Novanta, ossia nel primo decennio post-sovietico. Questi oligarchi “avevano ammassato grandi patrimoni grazie alle privatizzazioni truccate” di quegli anni. Il “magnate del petrolio” Mikhail Khodorkovsky fu condannato “a nove anni di carcere” e “Boris Berezovsky dovette scappare a Londra. Chi non si piegava moriva in circostanze poco chiare”. In effetti, però, Putin sostituì gli oligarchi esautorati con suoi seguaci e sue conoscenze personali. Non è un caso quindi che, secondo l’Economist del 2023, la Russia “è il primo Paese nell’indice di crony capitalism (capitalismo clientelare)”. Ad esempio “stime del 2022 indicano che un’azienda paga tangenti pari al 22,5% del valore di un contratto pubblico”.


Nonostante il consenso di cui indubbiamente godeva Putin, la sfera pubblica rimaneva comunque sufficientemente viva: si registrarono proteste, in varie parti del Paese, “contro i salari non pagati, l’aumento dell’età pensionabile, la gestione dell’emergenza Covid, la speculazione edilizia, i disastri ecologici, la corruzione, i diritti delle minoranze e delle donne”. Una svolta sembrerebbe verificarsi nel 2011, quando si rese necessaria la repressione per stroncare le “mobilitazioni oceaniche” di protesta “contro i brogli elettorali e la rielezione di Putin”. Prese il via allora una campagna di arresti di oppositori e l’introduzione di “una serie di misure repressive contro Ong e media indipendenti”.


In Cina, parallelamente all’ininterrotta crescita, si registra la discontinuità rappresentata dall’avvento, tra fine 2012 e inizi 2013, della leadership di Xi Jinping, riconfermato per la terza volta consecutiva, esattamente dieci anni dopo (nel 2023), segretario generale del Partito comunista e presidente della Repubblica popolare. Sul piano politico interno, l’ascesa di Xi ha comportato “un processo di centralizzazione e controllo capillare e pervasivo di ogni aspetto” della vita politico-amministrativa del Paese. Grazie alla “campagna anticorruzione avviata fin dal 2013”, è riuscito a colpire, “talvolta in modo strumentale, quasi quattro milioni di funzionari e dirigenti pubblici”.


In entrambi i Paesi, però, la discontinuità è soprattutto ideologica. Negli anni della svolta repressiva del regime russo, viene elaborata una vera e propria “ideologia putiniana”, che rispolvera temi nostalgici di ascendenza sovietica, come “il mito della lotta contro il nazismo”, si connette a correnti globali culturalmente conservatrici che ad esempio riaffermano i “ruoli di genere tradizionali”, ma inserendo tutti questi elementi in una narrazione complessiva che vede “la Russia come uno Stato-civiltà sui generis”: quindi il “patriottismo”, “il rifiuto dell’Occidente, la religione ortodossa”, “la subordinazione dell’individuo agli interessi dello Stato”, “la Russia accerchiata da eserciti nemici pronti a invaderla per sottrarle ricchezza e imporre valori alieni”. Da qui le “leggi contro le associazioni Lgtbq+, i culti non affiliati alla religione ortodossa e il linguaggio osceno nelle arti, norme che pongono limiti al diritto all’aborto e ai viaggi all’estero, le restrizioni all’accesso a Internet e le misure a favore della natalità”.


Varese, che insegna a Sciences Po di Parigi, riassume il dibattito nei seguenti termini. Secondo un’interpretazione, “Putin è un tecnocrate pragmatico che ha utilizzato gli strumenti della moderna comunicazione di massa per costruire un regime basato sul consenso e sullo sviluppo economico. Costretto a difendersi dall’aggressione occidentale (sotto forma dell’espansione della Nato verso Est), Putin è pronto a riprendere il suo ruolo preferito di tecnocrate modernizzante non appena l’Occidente smetterà di provocarlo”. Secondo un’altra interpretazione, invece, “il presidente russo ha inasprito la sua retorica antioccidentale e la repressione interna e si è lanciato in avventure militari quando la mobilitazione democratica in patria si è intensificata e quando due Paesi dell’ex-Unione sovietica, Georgia e Ucraina, hanno deciso di avvicinarsi all’Occidente. Il timore del dittatore non era tanto l’accerchiamento della Nato, quanto che i processi democratici nei Paesi limitrofi potessero innescare un effetto domino che contagiasse anche la Russia, mettendo in pericolo il suo potere” [mia sottolineatura]. Per cui “Putin vide con grande preoccupazione la Rivoluzione delle Rose in Georgia (2003)” e “soprattutto, la Rivoluzione arancione in Ucraina (2004) e gli eventi di Euromaidan (2014)”. Infatti “gli eventi in Ucraina e Georgia offrivano ai russi un modello diverso di sviluppo politico. Per questo Putin esportò la repressione interna oltre i confini nazionali, In rapida successione, l’esercito intervenne in Georgia (2008), Crimea (2014), Donbass (2014) e nel resto dell’Ucraina (2022)” [m.s.].


Anche nel caso della leadership di Xi Jinping, secondo il sinologo Scarpari, la reale discontinuità risiede nell’aspetto ideologico ed è indispensabile prenderla in considerazione per comprendere la nuova qualità della politica economica e militare in proiezione esterna. La convinzione di Xi risiede nella superiorità del modello cinese “rispetto al sistema democratico liberale ormai in declino” e la missione che intende perseguire con la sua leadership consiste nel “riposizionare la Cina al centro della scena mondiale, come era stato nella concezione cinese in epoca imperiale”. Tale ideologia è supportata da una narrazione storica per cui, “con la Prima guerra dell’oppio nel 1839”, ha inizio il cosiddetto “‘secolo della vergogna e dell’umiliazione nazionale’”, quando la Cina è stata succube delle “potenze occidentali” e del “Giappone”. Il rifiuto dei “valori liberali, giudicati inadatti e persino pericolosi per lo sviluppo della società cinese” diventa una proposta politica rivolta a tutto “il cosiddetto Sud globale”, che ha subito il colonialismo e che ancora prova “risentimento” verso le “nazioni ricche”.

In effetti, la difficoltà di interpretazione dello sviluppo cinese e, quindi, delle sue prospettive riguarda il rapporto tra politica ed economia, alla luce soprattutto dell’avvento al potere di Xi Jinping. Si prenda, ad esempio, “la Belt and Road Initiative, le cosiddette ‘nuove vie della seta’ lanciate da Xi Jinping nel 2013 con l’obiettivo di favorire le esportazioni, smaltire la produzione eccedente e creare, al tempo stesso, una rete globale di collegamenti e relazioni che vada ben oltre l’ambito economico”. L’aspetto inquietante dell’“oltre un migliaio di progetti” consiste nel fatto che “in caso di insolvenza i subcontratti segreti allegati a ogni contratto consentono […] alla Cina di acquisire asset strategici a condizioni estremamente favorevoli […] e di acquisire la gestione per lunghi periodi di infrastrutture cruciali per i propri interessi”. Il vantaggio competitivo di cui la Belt and Road Initiative gode, agli occhi dei Paesi del Sud globale, consiste nel fatto che, “a differenza di istituzioni come la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale, gli istituti finanziari cinesi non pongono condizioni etiche o restrizioni severe nella concessione di prestiti, ma si concentrano sui termini dei rimborsi e sull’importanza delle infrastrutture che sono chiamati a costruire”; ciò che ovviamente risulta conveniente anche per i dittatori del Sud. Risultano scontate le conseguenze politiche di quella narrazione per Hong Kong e Taiwan, che non possono sottrarsi all’“appartenere” a “tale grande civiltà dalla storia millenaria”. La posizione della Cina di appoggio alla Russia che ha aggredito l’Ucraina va anche vista all’interno di questo “progetto egemonico di Xi Jinping”, che sostiene l’“asse tra Russia, Iran e Corea del Nord”, anche intensificando “le importazioni energetiche dalla Russia” colpita dalle sanzioni occidentali.


Qual è il grado di stabilità di cui godono i regimi autoritari in Russia e Cina? Studiosi e osservatori speculano sul grado di consenso di cui la “dittatura personalista” di Putin gode in relazione agli esiti della guerra in Ucraina, su punti di forza e debolezza del suo regime, a fronte degli andamenti economici e nel quadro del contesto internazionale, fra nuova presidenza Usa e divisioni intra-europee. Si può anche ricavare una provvisoria conclusione sul pressante problema teorico del rapporto tra universalismo della democrazia e particolarismi culturali. Secondo Varese, “i russi non sono portatori di un ‘gene’ antidemocratico. Quando ne hanno avuto la possibilità, essi hanno manifestato, votato per l’opposizione e affrontato la prigione per esprimere le loro opinioni. Anche oggi, pur nascosta sotto l’oppressione del potere, la libertà resiste”.


Pure il modello di sviluppo cinese non è esente da contraddizioni interne che ne minacciano la sostenibilità nel medio-lungo periodo. Nonostante esso abbia “contribuito a fare uscire dalla povertà assoluta oltre 800 milioni di cinesi”, continua a basarsi su “bassi costi di fabbricazione” e “consumi interni limitati”. Ne conseguono fenomeni di “sovrapproduzione” rispetto a “ciò che i mercati interni e internazionali possono assorbire”, come accade nei settori dei pannelli solari e delle auto elettriche. Sul piano sociale, “i fattori critici più rilevanti” sono “il crollo della natalità, l’aumento della popolazione anziana, una disoccupazione giovanile che supera il 20%”, oltre all’“incremento esponenziale delle disuguaglianze”. Anche se si ha notizia di “proteste, sommosse e atti di violenza”, l’autoritarismo del regime impedisce lo sviluppo del dibattito e della critica.


Si solleva anche il dubbio che “il rafforzamento del controllo del Partito sulla società e sulle imprese private e sui suoi dirigenti”, impresso da Xi, possa soffocare lo spirito imprenditoriale che è uno degli ingredienti dello spettacolare sviluppo cinese. Non sono mancati, peraltro, episodi che hanno “minato profondamente la fiducia dei cittadini”, come “l’esplosione della bolla speculativa nel 2020” che “ha causato enormi perdite per le famiglie e generato un’ondata di fallimenti”, oltre all’aggravamento del debito pubblico, sulla cui entità mancano dati precisi, “data l’opacità delle informazioni ufficiali”.


2.     Stati Uniti e Occidente


Secondo Panebianco, politologo, studioso di relazioni internazionali ed anche editorialista del Corriere, vi sono due possibili accezioni del concetto di Occidente: una culturale, come “civiltà occidentale”, ed una “politica”: in questo secondo caso ci riferiamo “al periodo seguente la conclusione della Seconda guerra mondiale, e all’alleanza, forgiata e a lungo tenuta insieme dagli Stati Uniti, fra le democrazie occidentali”; di tale alleanza facevano parte, oltre a Stati Uniti ed i Paesi dell’Europa occidentale, anche gli ex dominions britannici (Canada, Australia e Nuova Zelanda); si utilizzava pertanto un criterio non unicamente geografico, per cui vanno considerati politicamente ‘occidentali’ anche Giappone e Israele.

Per provare a sviscerare un tema inevitabilmente complesso come quello del declino dell’Occidente, si provano a stabilire diverse connessioni: in primis, il rapporto fra “il declino relativo della potenza americana” e “il declino di quello che gli specialisti di relazioni internazionali avevano battezzato ‘ordine politico liberale’, ossia quella costruzione voluta e modellata dagli Stati Uniti alla fine della Seconda guerra mondiale basata su un insieme di istituzioni (Onu, Fondo monetario internazionale, Banca mondiale, Nato, ecc.) a guida statunitense, e che aveva consentito alle democrazie occidentali di dare vita fra loro a una inedita ‘comunità di sicurezza’”.


Nell’ultimo decennio del Novecento, dopo la sconfitta del sistema sovietico e la conseguente fine della Guerra fredda, sembrò di assistere all’apogeo della potenza americana e dell’ordine internazionale da essa diretto. “[I]l modo di vita occidentale e i suoi fondamentali pilastri, mercato e democrazia, si diffondevano o sembravano diffondersi ovunque”. Con l’inizio del nuovo secolo, invece, “l’America è coinvolta in costose, lunghe e inconcludenti guerre (Afghanistan, Iraq), la sfida cinese si palesa, la crisi economico-finanziaria esplosa nel 2008 fa vacillare la leadership americana”. Come è capitato ad altri Imperi nella storia, gli Stati Uniti ad un certo punto cominciano a soffrire di “sovraestensione” (“overstretching”). “Troppi impegni e risorse insufficienti per farvi fronte. Da qui una forte pressione a disfarsi di una parte, almeno, degli oneri connessi al ruolo di potenza egemone. Quando ciò accade, la potenza riduce gli impegni allo scopo di salvare il salvabile della sua antica posizione di predominio”.


L’articolo di Del Pero, che insegna a Sciences Po a Parigi, ci consente uno sguardo approfondito sulle trasformazioni intervenute negli Stati Uniti in questo quarto di secolo. La discontinuità è rappresentata dal “cruciale spartiacque” della crisi finanziaria “del 2008-2009”. Prima di allora vi è sostanziale continuità tra la presidenza Clinton e quella di Bush jr. che connotano gli anni Novanta e il primo decennio del nuovo secolo. Ѐ Clinton a definire con la Cina, nel 2000, l’accordo che consentirà al Paese asiatico di entrare nel Wto, mentre la presidenza di G. W. Bush viene ricordata soprattutto per la guerra condotta contro l’Iraq di Saddam Hussein nel 2003. Nonostante le differenze, entrambi erano epigoni “di un internazionalismo liberale che aveva definito discorso, pratiche e strategie della politica estera statunitense del dopo Guerra fredda. Su tutte, l’idea che i processi di integrazione globale acceleratisi a partire dagli anni Settanta, che gli Stati Uniti avevano in larga misura guidato e cavalcato, fossero funzionali all’interesse nazionale del Paese; che l’espansione del libero commercio, le delocalizzazioni industriali e una finanza ormai globalizzata avessero costruito un reticolo inestricabile, e benefico, d’interdipendenze; e che gli Stati Uniti potessero utilizzare la loro superiorità impareggiabile per far accompagnare, se necessario con le armi, questi processi d’integrazione con l’esportazione di un modello democratico e liberale rispetto al quale non esistevano ormai alternative”.


La crisi finanziaria non produsse tanto conseguenze nel breve periodo, dal momento che le misure di politica fiscale e monetaria furono sufficientemente efficaci nel fermare relativamente presto la recessione e nel far risalire l’occupazione. La crisi, però, evidenziava i cambiamenti strutturali che avevano interessato l’economia statunitense a seguito della globalizzazione: una divaricazione innanzitutto geografica, fra territori vincenti, come le aree del Sud e del Sud-ovest, e quelli perdenti del Midwest industriale. Già prima della crisi, gli Usa avevano perso sei milioni di posti di lavoro nel settore manifatturiero da quando la Cina era entrata nel Wto, con gli occupati dell’industria ridotti a “non più del 7/8% della forza lavoro complessiva”. Inoltre, “nel periodo 2001-2008 il deficit commerciale degli Stati Uniti con la Cina passò da 83 a 286 miliardi di dollari” e “sempre negli stessi anni” era cresciuto, “di circa dieci volte, la quantità di debito statunitense in mano cinese”. Si veniva a determinare così “una situazione che aveva pochi precedenti nella storia, nella quale l’attore più potente del sistema internazionale – gli Stati Uniti – vedeva di fatto sussidiata la propria capacità di consumo a debito da un soggetto decisamente più povero e debole”.


Parallelamente, come accennato, si palesò anche “il fallimento […] delle guerre americane del XXI secolo”, che portò con sé “la delegittimazione dei loro fondamenti strategici e ideologici”. In primo luogo, “l’Iraq precipitò in una drammatica guerra settaria di cui beneficiò principalmente l’Iran”. Poi “anche il fallimento” dell’intervento militare in Afghanistan “sarebbe diventato vieppiù evidente fino all’umiliante abbandono del Paese nell’agosto 2021”.


Tali sconvolgimenti a molteplici livelli produssero una serie di effetti nell’opinione pubblica statunitense. Innanzitutto si innescò “un processo di radicale polarizzazione al suo interno”, che colpì ad esempio “l’ampio piano di investimenti pubblici e la riforma sanitaria di Obama”. Questi “provocarono la reazione ostile di una parte dell’opinione pubblica”. Per un verso, “un nuovo populismo economico” metteva in discussione “il salvataggio di banche e imprese (quella automobilistica su tutte) che avevano operato in modo irresponsabile negli anni precedenti”. Per l’altro verso, la critica agli “obiettivi parzialmente redistributivi” delle riforme si tingeva di razzismo, perché il presidente afroamericano metteva in campo “politiche di spesa (e di Welfare) che avvantaggiavano i redditi più bassi, dove maggiormente rappresentate erano le minoranze afro-americana e ispanica”. In secondo luogo, vengono ad essere contestati proprio i processi di globalizzazione e il “discorso cosmopolita che li aveva definiti e giustificati”. Quest’ultimo viene soppiantato da “una retorica […] nazionalista” che è “incline a interpretare la politica estera in termini strettamente transazionali e ineluttabilmente competitivi: come una sfida a somma zero che si svolge in un contesto d’intrinseca anarchia e assenza di regole”. Ed è questa critica alla globalizzazione che mette a fuoco la relazione che gli Usa intrattengono con la Cina. Già Obama aveva annunciato un riorientamento degli interessi strategici “verso il Pacifico”, ma poi negli anni della sua presidenza si era sviluppata una collaborazione con la Cina su diverse questioni, come la “risposta coordinata alla recessione post-2008” e la cooperazione “sul dossier del cambiamento climatico”, che favorisce l’accordo “multilaterale raggiunto alla Cop 21 di Parigi” del 2015. Inoltre, durante gli anni della presidenza Obama, è anche aumentata l’interdipendenza tra le due economie (“più che raddoppiati tra il 2009 e il 2016” gli scambi commerciali); interdipendenza rispetto alla quale l’opinione pubblica statunitense ha una reazione di rigetto, quando diventa chiaro che sono loro ad essere il partner perdente della relazione.


Sull’altro piano, avanza nell’opinione pubblica “una richiesta di disimpegno internazionale”. Complessivamente, si assiste ad “un indebolimento relativo degli Stati Uniti, che pure rimangono il soggetto di gran lunga superiore del sistema internazionale, come evidenziato da quasi tutti i parametri di potenza – dall’hard power militare all’economia, dal primato oggi incontrastato del dollaro a quello che con una certa approssimazione viene definito come soft power”, ma il dato di novità “degli ultimi quindici anni” è rappresentato dalla delegittimazione della “leadership statunitense” e dell’”ordine internazionale che vi sottostava”.


Quindi, come sostenuto da Panebianco, “il declino relativo della potenza americana porta con sé il declino dell’ordine internazionale liberale”, che viene ad essere tendenzialmente sostituito da “un sistema internazionale multipolare ove sono presenti diverse grandi potenze in competizione e una pluralità di medie potenze, ciascuna tesa ad aumentare il proprio spazio di manovra”. Ciò “mette capo a una dinamica complessa: alleanze fluide e temporanee sostituiscono i rigidi allineamenti di un tempo e la Realpolitik (sempre praticata) ha meno bisogno di un tempo di ammantarsi di giustificazioni ideologiche”. Peraltro, “la frammentazione politica propria del sistema multipolare si sposa con una altrettanto forte frammentazione culturale. Tradizioni culturali (e ‘civiltà’) diverse si incontrano e si scontrano sulla scena mondiale”.


Quali le conseguenze per i paesi europei? Innanzitutto “comincia a mostrare difficoltà crescenti” quel “processo di integrazione europea” che “fu reso possibile grazie all’ordine internazionale garantito e sostenuto dagli Stati Uniti”. Soprattutto la “stabilità”, la “sicurezza”, il “benessere” dei singoli Paesi europei “sono stati resi possibili per decenni perché essa era avvolta nella calda coperta rappresentata da quell’ordine internazionale. La riconversione è dolorosa, difficile e […] tutt’altro che scontata. Come mostra il fatto che di fronte al risorgente imperialismo russo l’Europa risulta incapace di fronteggiare una così grave sfida alla sua sicurezza. Non è in grado di fare a meno del sostegno e della guida degli Stati Uniti”.


Altro fattore di carattere internazionale che è invocato per spiegare le dinamiche in corso chiama in causa i mutati caratteri della globalizzazione: secondo alcuni, è in corso “una fase di de-globalizzazione generata dalle nuove faglie e divisioni geo-politiche: guerre commerciali, tendenze a ridefinire i legami commerciali solo fra paesi amici, ecc.”. Oppure, secondo un’altra teoria, “la globalizzazione non perde forza, ma il declino del ruolo degli Stati Uniti e dell’Europa sposta altrove i luoghi strategici che svolgono un ruolo trainante in un mondo in cui, soprattutto, cresce il peso dell’Asia a spese di quello delle società occidentali”.


Intervengono poi anche fattori endogeni. Panebianco li elenca: “il declino demografico” che “dipende essenzialmente da cambiamenti negli stili di vita”, con “l’invecchiamento della popolazione” che “toglie vitalità all’economia e mette sotto pressione i sistemi di Welfare”. Si assiste poi all’“indebolimento, in termini di forza economica e di status sociale, dei ceti medi”. (Considerando che nell’ambiente statunitense all’interno della middle class vengono inclusi i blue collars, cioè gli operai delle industrie tradizionali, il cui posto di lavoro era garantito dai diritti di seniority e il cui reddito dopo la fine dell’età lavorativa era assicurato dai fondi pensionistici aziendali.) La questione assume una particolare rilevanza se si tiene conto che, “storicamente, le classi medie sono state il principale sostegno della democrazia”. Inoltre, come è risaputo, i “flussi migratori”, con la “trasformazione delle società europee in società multietniche”, comportano “seri problemi di governabilità”, di cui si avvantaggiano “movimenti politici anti-immigrati” che sono in “crescita elettorale”. Il combinato disposto, infine, della “perdita di forza dei tradizionali intermediari politici, partiti e sindacati” e della “rivoluzione digitale con i suoi effetti sulla comunicazione politica e, pertanto, sulla formazione dell’opinione pubblica” provoca, per un verso, un aumento della “volatilità degli elettorati”, rendendo “difficoltosa la navigazione dei governi”; per l’altro verso, “lo spostamento del baricentro della comunicazione dalla televisione ai social media sembra favorire l’affermazione di posizioni estremiste”, che non tengono conto delle conseguenze provocate da quelle parole e da quelle scelte.


Quindi, le società occidentali devono affrontare sfide esterne ed interne. Ne risulta un indebolimento della democrazia o, quanto meno, della sua “dimensione liberale”: cioè “i paletti posti a protezione delle libertà individuali” e il rispetto delle regole del gioco democratico. Ma la conclusione di Panebianco non è pessimista. Mette in rilievo “gli elementi di forza di cui le società occidentali tuttora dispongono. A cominciare dal fatto che la società occidentale è l’unica che abbia scommesso sulla libertà individuale ricavandone grandi benefici. In termini di capacità di innovazione, benessere, condizioni di vita accettabili per tanti. Il che spiega perché essa continui a esercitare una forte attrazione su persone che, in società extra-occidentali, vogliono seguirne le orme”. All’opposto “una autocrazia può, in certe fasi storiche, favorire lo sviluppo e l’innovazione (come la Cina negli ultimi trent’anni e alcune altre autocrazie del passato)”. Ma “chi scommette che la Cina potrebbe abbandonare la strada percorsa dalle riforme di Deng potrebbe avere ragione”. Se non intervengono cambiamenti drammatici (come una guerra), “è possibile che le società occidentali mantengano una posizione di forza nel mondo. E che le loro democrazie, ancorché messe sotto pressione […] resistano alle sfide e sopravvivano”. Qui ritorna la distinzione tracciata all’inizio del suo saggio da Panebianco, nel senso che potrebbe anche non sopravvivere “l’Occidente politico”, “ma la società occidentale, con i suoi specifici tratti di civiltà, dispone delle risorse, materiali e morali, per riuscirci”.


3.     E l’Italia?


Secondo Orsina, politologo della Luiss ed editorialista de Il giornale, la politica italiana è caratterizzata, durante il primo venticinquennio del secolo, da una spinta antipolitica che però promana dagli ultimi decenni del Novecento. Da un lato, “il rivoluzionarismo, che a partire dalla Grande Guerra aveva assunto una forma soprattutto politica, negli anni successivi al Sessantotto non soltanto divorzia dal politico, ma si volge contro di esso”. Quindi, si afferma “un’etica del ribelle, che respinge nel nome dell’autodeterminazione individuale le convenzioni sociali e tradizionali”. Dall’altro lato, si assiste ad uno “sviluppo produttivo” e ad “innovazioni tecnologiche generate da mercati sempre più interconnessi su scala planetaria”, che assecondate da leader politici e tecnocratici (come la guida della Federal Reserve) portano ad “un nuovo regime economico internazionale che limita lo spazio d’autonomia degli Stati nazionali, obbligandoli ad un processo di adeguamento” che rischia di rivelarsi “doloroso”.


Nel nostro Paese, durante gli anni Ottanta del secolo scorso, “il processo di adeguamento al nuovo vincolo esterno viene completato soltanto in parte”, dal momento che “si concentra sull’abbattimento dell’inflazione ma al prezzo di lasciar correre il debito pubblico”. L’Italia si connota storicamente per “un eccesso di politica”, in quanto questa era vista come “l’unico possibile strumento di modernizzazione rapida” di una società “materialmente e moralmente arretrata rispetto ai modelli occidentali”. Ne derivava, in età repubblicana, “la centralità istituzionale e sociale dei partiti che si consolida […] all’inizio degli anni Sessanta”. Colpito dal “processo di depoliticizzazione”, però, “l’assetto politico repubblicano” si rivela incapace di gestire le “tensioni materiali e morali” che si accumulano “nel corso degli anni Ottanta”: ulteriormente investito dall’esplosione rappresentata “dalla fine della Guerra Fredda”, esso si disintegra “nel 1992-93”.


La repentina ascesa di Berlusconi, a partire dal 1994, si comprende nel contesto di questo “vento antipolitico”: la sua promessa è “che la società civile italiana, una volta liberata dai ‘lacci e lacciuoli’ pubblici, si sarebbe dimostrata pronta a mietere successi sui mercati globali”. Ma anche il discorso della sinistra era permeato di antipolitica, con la differenza, però, che si appoggiava “all’etica e al diritto, non all’economia, e di conseguenza premiava i magistrati piuttosto che i manager”. Inoltre la reciproca delegittimazione tra i due schieramenti impediva sia una riforma istituzionale che stabilizzasse gli “esiti del terremoto politico dei primi anni Novanta”, sia “un percorso di rientro dal debito pubblico che rendesse più solida la posizione dell’Italia nel nuovo ordine economico internazionale”. Alle elezioni politiche del 2008 lo schema bipolare assume una configurazione quasi bipartitica, con le liste del Popolo della libertà e del Partito democratico che “raccolgono insieme più del 70% dei voti e l’80% dei seggi”. Ma questo equilibrio, che vede Berlusconi governare per quasi un decennio a partire dal 2001 (tranne una breve interruzione), si rompe per il concomitante effetto di diversi fattori: gli scandali relativi alla sua vita privata, che ne minano la reputazione soprattutto internazionale; una “recrudescenza dell’antipolitica”, il cui incipit può rinvenirsi nella pubblicazione nel 2007 del bestseller La casta, scritto da due giornalisti del Corriere della sera: un “clima antipolitico” che ora si indirizza contro entrambi gli schieramenti, con il “moralismo e il giustizialismo” che colpisce anche il centrosinistra; e soprattutto la crisi del debito sovrano.


Il governo del tecnico Monti, che si insedia a fine 2011, aggiunge implicitamente ulteriore delegittimazione ai “partiti tradizionali” ed inoltre “risucchia l’Unione europea nella sfera politica”, perché le misure di austerità sono lette da crescenti fette dell’opinione pubblica come un diktat di Bruxelles. Pertanto, “l’antipolitica e l’antieuropeismo confluiscono entrambi nel clamoroso 25% che raccoglie il Movimento 5 Stelle alle elezioni del febbraio 2013”. Originale è l’interpretazione di Orsina della “protesta cosiddetta populista”. La fase precedente di antipolitica “cade vittima” proprio “della propria impoliticità, cioè del sogno di creare uno spazio integrato su scala planetaria nel quale gli individui possano muoversi liberamente, non subordinati al potere discrezionale di alcun altro individuo ma governati soltanto da regole universali e impersonali – giuridiche, economiche, etiche”. Il populismo è invece “una rivolta della concretezza: una richiesta pressante e angosciata di prossimità, protezione esistenziale, tutela del quotidiano, riduzione della scala dei fenomeni, partecipazione ai processi decisionali”. L’“obiettivo” del M5S è quindi “in realtà la ricostruzione della dimensione politica, il ripristino di una polis vitale che aiuti le persone a recuperare controllo sulla propria vita”.


La prima reazione al M5S viene dal Partito democratico. Renzi, suo nuovo leader a partire da fine 2013, utilizza una retorica che si nutre “delle tradizionali critiche antipolitiche alla vita pubblica italiana – faziosa, autoreferenziale, ideologica, intellettualistica, gerontocratica e immagina che un’azione riformistica di governo” riesca a “mettere le istituzioni in condizione di rispondere infine con puntualità ed efficienza”. Fallisce per due motivi, secondo Orsina: si mette contro “una parte sostanziale del ceto politico tradizionale e finisce per trovarsi circondato da avversari”; in sovrappiù, data la sovraesposizione mediatica alla quale si sottopone, provoca “una reazione di rigetto nell’opinione pubblica”. Conseguentemente, passa dal 40% delle elezioni europee del 2014 al 20% di quelle politiche del 2018, ma il suo progetto “è già stato definitivamente affondato dalla sconfitta della riforma costituzionale al referendum” di fine 2016.


L’altro fenomeno importante della fine del decennio Dieci è l’ascesa e il declino della Lega di Salvini, che diventa leader del partito dopo che questo era precipitato al 4% alle politiche del 2013. Come noto, affianca “alla tradizionale identità localista” un’altra che mutua dal Front National d’oltralpe, sfruttando il tema dell’immigrazione, il quale “occupa una porzione sproporzionata nel dibattito pubblico nel 2014 e 2015”. Si arriva così al clamoroso esito delle elezioni del 2018, a seguito del quale si insedia un governo composto da M5S, che ha conquistato il 34% dei suffragi, e Lega con il 18%. Nell’anno e mezzo di governo, la maggioranza rinuncia a scontrarsi con la Ue in occasione della Finanziaria 2019, mentre la Lega riesce a spostare su di sé i consensi ottenuti dal M5S, come si vede alle elezioni europee del 2019. Segue il tentativo infruttuoso di Salvini di forzare la situazione a suo vantaggio con elezioni anticipate, la formazione del governo Conte 2 e di quello Draghi dal febbraio 2021.

Su di un piano più strutturale, con il successo di Salvini, benché effimero, il populismo si è spostato a destra, anticipando “una tendenza globale”, secondo Orsina. “Ѐ la precondizione per il ricostituirsi a destra di una coalizione competitiva, precondizione a sua volta di un ritorno al bipolarismo e quindi della normalizzazione del grillismo”. Accompagna questa dinamica il processo per il quale i consensi per la Lega crollano a beneficio dei Fratelli d’Italia guidati da Meloni la quale, dopo aver vinto le elezioni nel settembre 2022, diventa premier. Che rapporto ha la presidente del Consiglio con le trasformazioni sistemiche degli ultimi decenni? “Malgrado provenga da una cultura politica novecentesca, Giorgia Meloni è stata proiettata in una posizione di egemonia dall’insurrezione populista del 2013-2022. Molte delle politiche che ha sostenuto nel corso di questo decennio erano considerate inaccettabili dall’establishment europeista”. Ѐ stata però abile nel mostrare, ad esempio “nel processo di formazione della seconda Commissione von der Leyen, nell’estate 2024”, sia una facciata “identitaria” sia una “pragmatica”. Si avvantaggia di alcuni fenomeni di contesto: le difficoltà dell’opposizione, che Orsina rimanda ad un’“asimmetria di fondo tra elettori di destra e di sinistra”, caratterizzante “la politica italiana fin dal 1994. Quelli, scarsamente interessati alla politica e concentrati su pochi argomenti essenziali, tendono ad aggregarsi e puniscono i leader politici che li dividono; questi, proprio perché più strutturati politicamente, tendono invece a dividersi e mal sopportano chi cerca di aggregarli”. In secondo luogo, Meloni è favorita dal “cambiamento di linea politica cui la pandemia da Covid-19 ha indotto l’Unione Europea”, per cui “l’Europa del Next Generation Eu non è quella dell’austerità”.


La domanda politologica è se, dopo tanti anni di sconvolgimenti, siamo in presenza della “costruzione di un possibile nuovo ordine” basato sulla reintegrazione a destra della “protesta cosiddetta populista”. Inducono alla cautela rispetto a questa ipotesi, da un lato, il declino della partecipazione elettorale, che è scesa dall’80% del 2008 al 64% del 2022; dall’altro, la circostanza per cui “resta irrisolto il problema” della “sostenibilità del sistema-Italia nell’ordine economico internazionale”: la questione che, in definitiva, ha causato sia “il collasso della Repubblica dei partiti” sia “il naufragio della Repubblica bipolare”. La posizione di Meloni è rafforzata dall’avanzata delle destre che Orsina scorge a livello globale. La grande incognita è cosa resterà, a seguito di tale avanzata, di quell’ordine internazionale.


(A. Panebianco, La crisi dell’Occidente come forma culturale, pp. 10-18; M. Del Pero, Gli Stati Uniti in cerca di una nuova centralità, pp. 50-58; F. Varese, Spin Dictator? La Russia di Putin nel corso del XXI secolo, pp. 59-67; M. Scarpari, Xi Jinping e la Cina della nuova era, pp. 68-78; G. Orsina, Un quarto di secolo di politica italiana, pp. 97-107, “il Mulino”, 1/25).

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