Navigare per mari sconosciuti
- Antonio Famiglietti
- 25 gen 2024
- Tempo di lettura: 4 min
Aggiornamento: 17 ott 2025
Franco Cassano è stato uno studioso di scienze sociali che ha sviluppato molteplici interessi lungo la sua lunga attività di ricerca. Una decina di anni fa fu invitato nella sezione del PD di San Lorenzo (quando il PD era un partito riformista…) per presentare un libricino di sole novanta pagine, denso anche se di facile lettura, intitolato Senza il vento della storia. La sinistra nell’era del cambiamento (Laterza, 2014). Vale la pena riproporne i contenuti, perché si tratta di uno scritto non occasionale, dal momento che cerca di interpretare le tendenze di lungo periodo dell’epoca che ci tocca di vivere, affrontando le questioni di fondo con cui la sinistra deve confrontarsi.
Un’era in cui appunto il vento non spira più a favore dei valori tradizionali della sinistra. Il vento sociologico, culturale, economico: cioè le condizioni che avevano consentito alla sinistra – nei decenni tra la fine della seconda guerra mondiale e gli anni Settanta del secolo scorso – di radicarsi nei luoghi di lavoro e nei territori in Italia, e in generale in Europa occidentale, per conquistare avanzate condizioni di democrazia industriale e di welfare. Il paradosso è che ovviamente le ingiustizie non sono diminuite e, quindi, di sinistra ci sarebbe tanto bisogno: si impone allora lo sforzo di capire queste nuove condizioni senza pigrizie intellettuali e resistendo alla tentazione di ritornare ad illusori fondamenti, di chiudersi in certezze identitarie che sono rassicuranti soltanto in apparenza. Consideriamo due delle questioni affrontate nel libro.
La prima è l’interpretazione che, nel secondo capitolo, Cassano offre della globalizzazione economica. La globalizzazione ovviamente indebolisce, nella nostra parte di mondo, le capacità di regolazione della politica e delle rappresentanze del lavoro. Globalizzazione che, come ogni fenomeno capitalista, agisce senza tenere conto, quasi mai, di considerazioni sociali o morali. Globalizzazione che però nei primi due decenni del nuovo secolo – qui il contributo di Cassano prende distanza dall’opinione media dell’intellettuale di sinistra – ha aperto le possibilità affinché un numero crescente di paesi accedesse al mondo (diventato appunto globale) della produzione e quindi anche del consumo. Si è prodotta cioè, come conseguenza non intenzionale dell’agire delle reti mondiali della produzione, della logistica e del commercio, ed anche dell’innescarsi di dinamiche imprenditoriali autonome, una democratizzazione della produzione e del consumo. Grazie anche all’azione della politica in stati come il Brasile, la Corea del Sud, la Turchia, ecc.. Non a caso – ricorda Cassano – i vertici mondiali, che una volta si chiamavano G7 e poi furono G8, ora sono diventati G20.
Sulla seconda questione, che riguarda i diritti sociali, Cassano evidenzia il fatto che essi hanno una natura diversa dagli altri diritti: quelli civili, politici e culturali. Una diversità che deriva dal fatto che benefici come il diritto, ad esempio, alle prestazioni sanitarie e ad una formazione di qualità dipendono dalla disponibilità delle risorse.
Ora, sia questo tema della globalizzazione economica che quello dei diritti sociali precipitano su un nodo cruciale per il nostro paese e, in verità, per qualsiasi altro paese di questo quadrante di pianeta che ha dominato, economicamente e non solo, negli ultimi secoli. (Noi come Italia stavamo alla periferia, però poi bene o male, parti del paese sì e parti no, abbiamo raggiunto i paesi avanzati in coincidenza del miracolo economico dei primi anni sessanta, come raccontano gli storici economici.) Il nodo consiste nella posizione che l’Italia e questi altri paesi occupano e occuperanno in prospettiva nella nuova divisione internazionale del lavoro. Non si tratta di una classica questione di sinistra, anche se questa una volta metteva al centro della sua elaborazione e azione il tema dello “sviluppo delle forze produttive” e non solo, quindi, quello della redistribuzione della ricchezza.
Non affrontare questo nodo, non impiegare tutte le energie intellettuali e politiche per metterlo al centro del proprio sforzo, significa rassegnarsi al declino dell’ultimo ventennio. Autorevoli studiosi interpretano i fenomeni di esclusione sociale, precarizzazione, impoverimento e riduzione del welfare come un ribaltamento della lotta di classe a vantaggio dei ricchi contro i poveri, iniziata con l’ondata neo-liberista a partire dagli anni a cavallo del 1980. È ovviamente vero. Ma il fatto che quei fenomeni colpiscano in misura sproporzionata le generazioni più giovani è anche indice del fenomeno del declino, che coincide con i decenni in cui queste generazioni si sono affacciate nel mercato del lavoro.
Porre al centro del dibattito la questione della posizione italiana nella sempre mutevole divisione internazionale del lavoro implica anche, secondo Cassano, una riconsiderazione del blocco sociale a cui fa riferimento la sinistra di governo. Il libro tiene in considerazione le elezioni politiche del 2008 e del 2013, in relazione alle quali le ricerche sui bacini elettorali della sinistra evidenziano una sovra-rappresentazione di pensionati e dipendenti pubblici, cui corrisponde una presenza relativamente ridotta di giovani, dipendenti privati, lavoratori autonomi e delle piccole imprese. Nelle ultime due elezioni politiche del 2018 e del 2022, poi, si è verificato l’ulteriore fenomeno del crollo della sinistra nei quartieri periferici delle grandi città. Cassano ovviamente non le considera, ma il suo approccio – come si vedrà – rappresenta una bussola che consente ancora di orientarci.
Infatti due sembrano essere i nodi, in estrema sintesi, del rapporto tra partito della sinistra e suo blocco sociale potenziale e auspicato. Il primo consiste, come già accennato, nello squilibrio delle garanzie tra differenti generazioni e tra settori produttivi esposti o meno alla concorrenza internazionale. Il secondo riguarda il rapporto tra valori e obiettivi della sinistra come il contrasto alla povertà, la lotta all’esclusione sociale e il diritto all’accoglienza, da un lato, e il senso comune espresso dai gruppi sociali che si intende rappresentare, dall’altro. Ad esempio, il senso di espropriazione che gli abitanti dei quartieri delle periferie metropolitane vivono rispetto all’insediamento massiccio e rapido di persone provenienti da culture diverse. A fronte di questo sentimento di estraniazione non si può rispondere con il “narcisismo etico” – di cui Cassano si è occupato nel suo libro precedente L’umiltà del male –: “quell’atteggiamento che, affetto da un sentimento di superiorità morale, finisce per lasciare la debolezza degli uomini nelle mani” dell’avversario politico. Perché Cassano ci ricorda che la radice del termine ‘politica’ è nella parola greca che significa ‘città’, ma anche in quella che significa ‘i molti’.


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