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In pratica, l’Apocalisse dell'Io, spiegata bene.

  • Immagine del redattore: Giuseppe Romiti
    Giuseppe Romiti
  • 9 mag
  • Tempo di lettura: 6 min

Hanno accumulato un percorso formativo di almeno una ventina d’anni, si dibattono fra tirocini, concorsi e colloqui, per realizzare il proprio obiettivo di “autorealizzazione”. Si tratta della “classe disagiata”, raccontata dal giovane filosofo Raffaele Alberto Ventura nel suo ultimo saggio: “La conquista dell'infelicità”. Sono i nati negli anni ’80 e ’90, testimoni dell’avanzamento sociale dei loro genitori, lanciati in un mondo prodigo di promesse, atterrati in un altro mondo, incapace di mantenerle.

Per Ventura questo tradimento dipende dai limiti del programma proposto dalla democrazia liberale che “malgrado i suoi evidenti successi (benessere materiale, diritti formali) ha perso molta della sua attrattiva per via dei suoi altrettanto evidenti fallimenti (ineguaglianze, inquinamento, disagio sociale)”.


Ma da dove nasce questo disagio? Non certo dalla mancanza dei beni essenziali, alla portata della classe media: ”Il problema è che quanto più vengono soddisfatti i nostri bisogni materiali, tanto più passiamo il tempo a confrontarci con gli altri.” Lacan e Girard l’hanno rivelato: “ l desiderio è mimetico: ovvero desideriamo sempre quello che desiderano gli altri. (…) noi non desideriamo semplicemente ciò che ci manca, ma desideriamo ciò che l’altro desidera: siamo essere per il desiderio dell’altro”.


Si tratta di una dinamica eterna:” La vita associata è caratterizzata ab origine dalla generazione di bisogni”. Una dinamica che consiste in una infinita rincorsa. Quindi “sbaglia chi si illude, come i comunisti della Terza internazionale, di poter offrire un ideale di emancipazione basato sulla soddisfazione universale dei bisogni”. Più acutamente, gli artefici del tardo capitalismo hanno capito e colto l’opportunità di trasformare “queste pulsioni aspirazionali in una fonte di domanda capace di far girare un intero sistema economico”.


Si vive così nell’ansia di un continuo confronto, nel desiderio di distinguersi dagli altri per non ricadere nel nulla della massa indifferenziata. Il problema serio è che questo confronto non è racchiuso all’interno del nostro io, ma tracima nella società in un tentativo di accaparramento di beni vitali, non solo materiali (beni di prestigio detti “posizionali”), ma anche culturali (titoli, lauree, master) e relazioni sociali (ottenibili grazie al possesso dei precedenti).


“Negli anni del boom, è vero, i progressi sensazionali del capitalismo industriale sembravano aver risolto ogni contraddizione. L’idea era questa: se la rivalità tra gli uomini sorge dalla scarsità dei beni, per neutralizzare il conflitto sarebbe bastato produrli su larga scala. Il diritto su ogni cosa poteva dunque essere garantito moltiplicando all’infinito la quantità di cose da possedere e consumare.”

Al giorno d’oggi appare chiaro che quel tipo di sviluppo ha dei limiti, minacciando di distruggere l’ecosistema, e che i posti disponibili per diventare élite “realizzata” sono insufficienti. Quindi: “resterà da fare i conti con la colossale delusione che incontreranno i nostri bisogni sociali non soddisfatti. E con le sue conseguenze: risentimento, rabbia, rivoluzione”.


L’inquietudine di autorealizzazione di oggi è analoga a quella emersa in numerose epoche storiche, durante le quali si è verificato un surplus di aspirazioni e intelligenze dei rampolli dell’aristocrazia o della borghesia emergente (l’’Inghilterra del ‘600, la Francia prerivoluzionaria, la Prussia ottocentesca). Se ne trovano tracce nella letteratura. In Amleto, con il suo tormentoso dilemma, nei personaggi dei drammi ibseniani oscillanti tra

convenzioni sociali e autenticità, ma anche nelle sorelle March nel romanzo “Piccole Donne”.

Se in quelle società, storicamente nel pieno del privilegio coloniale e di classe, si soffriva il problema del surplus di aspirazioni, cosa dobbiamo dire oggi, nell’era dell’apparente democratizzazione dell’accesso, di fronte alla moltitudine di avvocati, graphic designer, comunicatori, “imprenditori di sé stessi”, solo per fare alcuni esempi, che si barcamenano nel mondo del lavoro?


Come se ne esce? Secondo l’autore non con la “decrescita”: “Predicare a una società opulenta che la soluzione è adattare i propri desideri è come dire a una persona depressa che per guarire deve uscire a fare una passeggiata. Tutte le filosofie, le etiche religiose, le teorie economiche che predicano la decrescita si scontrano con un problema, e questo problema si chiama «seconda natura»: guarire un individuo adulto dai bisogni sociali in esso radicati è un’impresa pressoché impossibile.” La prospettiva é molto preoccupante: “Il serbatoio del consenso si svuota poco a poco, l’economia declina, il corpo politico si disgrega.”.


Il pessimismo sembra assumere dimensioni quasi cosmiche se si considera che questo saggio non è solo una analisi mirata su un gruppo sociale ben definito, la “classe disagiata”, ovvero i “millennials” delle società occidentali. Piuttosto, la classe “disagiata” riflette o anticipa dinamiche che coinvolgono gran parte del genere umano.

La “classe disagiata ‘ è quindi una metafora per ripensare la storia di emancipazione che ha proiettato la civiltà occidentale nella modernità. Una storia entusiasmante ma non a lieto fine.


Una storia resa possibile delle condizioni di abbondanza garantite dai privilegi di classe e dalla oppressione coloniale, mentre il resto dell’umanità viveva relegato ai margini. Ma l’“autorealizzazione” di tutti, o dei molti, diventa una pretesa impossibile quando la “ricerca della felicità” si democraticizza nella società liberale e globale, trasformandosi in una lotta di tutti contro tutti per accedere ai beni materiali, culturali e sociali, oggettivamente scarsi, che consentirebbero di realizzare la propria presunta “vocazione”.

“Tutto può essere ricondotto a una gigantesca allucinazione collettiva che ha caratterizzato un’intera epoca della storia umana: l’invenzione dell’Io. La modernità, promettendoci la conquista della felicità, è stata un sogno a occhi aperti che si è trasformato in un incubo. La nostra sopravvivenza dipende ora da una sfida più grande: la conquista dell’infelicità.”

Con notevole spirito iconoclasta, Ventura definisce l’autonomia della Ragione proclamata nella “Critica della Ragion Pratica” di Kant un’”Apocalisse della Modernità” (citando, involontariamente o meno, un famoso saggio storico sulla catastrofe della prima guerra mondiale).


Spero di aver riassunto in modo abbastanza fedele questo saggio, che si legge tutto d’un fiato perché si cala perfettamente sulla pelle nostra (e, molto di più, dei nostri figli). Fornisce

degli strumenti utili per interpretare i segnali di caos attuale. Ricchissimo di riferimenti, colti o popolari, presentati con un approccio divulgativo.


L’analisi è di ampio respiro e ha il pregio di rivelare una dinamica profonda dell’umanità (in risonanza con il pensiero di Renè Girard) evidenziando come, nella modernità, siano emersi fattori che l’hanno accelerata al punto di portarci sull’orlo di un’Apocalisse.

Però non tutti i fattori sembrano essere stati presi in considerazione. Per esempio l’incredibile capacità adattativa dell’essere umano, che si manifesta con l’applicazione di nuove tecnologie e dei tanti dispositivi politico/economici riformisti che, fino ad ora, almeno temporaneamente, hanno evitato il collasso. Inoltre, manca in questo libro un confronto con il pensiero sulla “Cura del Mondo”. Eppure esistono stili di vita non basati esclusivamente sull’”autorealizzazione”, nei quali l’incontro con l’”Altro” è un elemento fondante dell’identità personale. Stili di vita che possono generare relazioni, armonia, un “capitale sociale”, da mettere a servizio della comunità e non del proprio io. Un confronto che, a suo tempo, ci aveva proposto la compianta professoressa Elena Pulcini, introducendo il pensiero di Hans Jonas, Gunter Anders, Emmanuel Levinas.


Ancora ci sarebbe da dire che la “classe disagiata” non è una condizione universale e permanente. Le facoltà di ingegneria civile e le scuole di formazione paramedica sono affollate, c’è una gran numero di giovani che sono capaci di dimensionare le proprie aspirazioni alla realtà del mercato del lavoro. Magari elaborando aspirazioni più con i piedi per terra: una casa, una famiglia, un moderato benessere.


Mentre, se consideriamo coloro che sono nati dopo la fine degli anni ’90, sembra che sia in corso un ridimensionamento delle aspirazioni, passando da una visione strategica di “autorealizzazione” ad uno stile di vita orientato al breve termine. “Volevo essere un duro, Però non sono nessuno, Non sono nato con la faccia da duro, Ho anche paura del buio, (…) Ma non ho mai perso tempo, È lui che mi ha lasciato indietro”. Il successo della canzone di Lucio Corsi forse non è casuale, racconta la rassegnazione come alternativa alla guerra di tutti contro tutti. Il discorso andrebbe approfondito ma non sarebbe una bella notizia e non credo che Ventura si riferisca a questo quando parla di “conquista dell’infelicità”.


Nel saggio c’è anche un breve tentativo di fare delle considerazioni finali che, comprensibilmente, si mantengono sulle generali senza, purtroppo, giungere a consigli pratici che possano scongiurare l’”Apocalisse” prossima ventura.

“La sfida per la nostra civiltà al collasso è quella di liquidare il suo modello di autorealizzazione, strutturalmente fondato sulla produzione di scarsità relativa, per approdare a un modello di sviluppo personale sostenibile, capace di contenere la rivalità mimetica per il riconoscimento.”


Un possibile spiraglio di luce si potrebbe, quindi, aprire grazie a un rinnovamento “personale” capace di proporre un limite all’”Io” scatenato della modernità.

L’autore sembra immaginare una specie di “metanoia” che ci protegga dalla tirannia dell’io facendoci entrare, girardianamente, nel territorio del mito (o dell'illusione necessaria).

Quale potrebbe essere questo mito/illusione capace di disinnescare il conflitto e salvare l’Umanità? E chi potrebbe avere la forza di diffonderlo? Non è difficile ricordare che è già avvenuto, in modo virale, nei primi secoli della nostra era, accompagnato dalla predicazione San Paolo e degli Apostoli. In effetti, nel libro, ogni tanto affiora qualche riferimento al Cristianesimo. Ma l’autore non lo enfatizza, non si capisce se per timidezza o scetticismo.


Per concludere, a proposito di “classe disagiata” e di fine della nostra civiltà, non riesco a fare a meno di pensare a chi, rampollo di una agiata e potente famiglia, dopo essersi recato a Roma per accumulare il capitale culturale necessario per sfondare nella società, scelse a soli 17 anni una strada completamente diversa, dopo avere ascoltato una voce molto convincente (e non era Lucio Corsi). Si chiamava Benedetto, nato a Norcia nel 480 d.C., appartenente alla gens romana Anicia, potenziale elemento della “classe disagiata” del V secolo. Uno che, svincolandosi dalla rivalità mimetica, si trovò a costruire una pietra d’angolo su cui è fondata la civiltà occidentale. Una civiltà che oggi sembra crollare, come, d’altronde, quindici secoli fa crollava l’impero romano

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