La questione delle retribuzioni
- Luigi Marelli
- 6 ott 2025
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 9 dic 2025

Da più parti si sta acquisendo consapevolezza della complessità e problematicità della situazione salariale nel nostro Paese. Tuttavia il dibattito rischia di essere frammentario e non capace di considerare, con attenzione, tutti gli aspetti della questione. Proviamo a procedere con ordine, anche se in modo obbligatoriamente schematico.
Primo tema, i salari sono troppo bassi. Tale affermazione è senz’altro vera, ma andrebbe meglio chiarita. Nel comparto industriale e nella pubblica amministrazione si applicano contratti diversi. I primi rinnovati secondo una certa cadenza fisiologica, i secondi invece lamentano anni e anni di mancato rinnovo, con la conseguenza di una compressione dei salari nominali. Quindi la prima questione da affrontare è la regolarità dei rinnovi contrattuali. La sana contrattazione deve partire da questo semplice assunto “pacta sunt servanda”, vale per il rapporto di lavoro privatistico e vale, vieppiù, per quello pubblico. aaa
In secondo luogo il prelievo fiscale. E’ comparso recentemente sul Corriere della Sera il rapporto dell’Osservatorio delle entrate fiscali, nel quale si certifica che il 43% (quasi la metà della popolazione italiana) non versa un euro di IRPEF, quindi dichiara entrate lorde per meno di 10.000 euro all’anno. Considerando che pensionati e dipendenti versano la loro quota di IRPEF (trattenuta alla fonte da parte del sostituto d’imposta: datore di lavoro o Stato) la restante parte del paese non paga nulla o poco.
E’ evidente che come ben dimostrato dalla recente analisi, del sindacato metalmeccanici della CISL, sulla situazione retributiva dei metalmeccanici, il rischio è che una distorta curva dell’IRPEF penalizzi i salari medi, quelli compresi nella fascia 30.000 e 50.000 euro lordi.
In questo caso ogni aumento contrattuale viene decurtato di circa il 40%, con rilevanti impatti sul reddito netto (quello spendibile). Lo stesso non avviene per i salari delle categorie professionali più basse.
Un terzo tema è ovviamente quello della produttività. Se si fa attenzione e si svolge una analisi accurata delle retribuzioni “di fatto”, non solo quelle contrattuali, si scoprirà che esiste già una differenza territoriale, che sconta un diverso tasso di produttività per addetto. Ciò, anche determinato da una differente composizione professionale nelle diverse aziende sul territorio. Questo è vero per alcuni settori, ed è più vero dove più forte è la contrattazione di prossimità (l’unica in grado di percepire i differenti tassi di produttività a cui naturalmente sono collegate le retribuzioni). Ovviamente tale osservazione non vale per la generalità del Pubblico Impiego, e non è un caso che, in questo comparto, la polemica sulle c.d. “gabbie salariali” scivola nella solita, quanto sterile, contrapposizione ideologica tra le diverse posizioni, senza invece una ricerca di sintesi vera.
Si tratta di dare, nella struttura della contrattazione, una decisa sterzata verso l’irrobustimento della “negoziazione di prossimità” l’unica in grado davvero di cogliere (fermo restando le tutele universali dei contratti collettivi nazionali) le evidenti differenze territoriali.
Infine l’analisi della distorsione dei redditi presenti nel nostro Paese ci conduce ad un'altra, ben più grave riflessione “chi mantiene lo Stato Sociale?”, al netto della evidente e drammatica crisi demografica, va da sé che se più del 40% non paga nessuna tassa e quindi nessuna contribuzione aggiuntiva (vedi l’aliquota regionale e comunale IRPEF a carico esclusivamente dei lavoratori dipendenti e pensionati) il rischio del collasso di Sanità ed educazione si profila sempre più evidente.
Non basta chiedere più finanziamenti occorre avere il coraggio di dire dove reperire queste risorse, senza nascondersi dietro facili, quanto inutili slogan tipo “facciamo pagare ai grandi evasori”.
Purtroppo la situazione è giunta ad un limite: il 76,9 % dell’intera IRPEF è pagata solo da poco più di 11 milioni di contribuenti, di cui 7 milioni con reddito sopra i 35.000 euro lordi annui (pensionati e lavoratori dipendenti…non le partite IVA che pagano al flat tax del 15%).
Il rischio concreto è che la corda si spezzi e con essa la tenuta del contratto sociale che ha garantito questi lunghi decenni.
Forse è il caso di occuparsene magari anche da parte di una sinistra riformista e non solo parolaia.




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