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Solo i palestinesi hanno ragione?

  • Antonio Famiglietti
  • 9 dic 2025
  • Tempo di lettura: 8 min


Lucia Corso insegna Filosofia del diritto all’Università Kore di Enna e in questo contributo presentiamo due suoi articoli sulle vicende della guerra che Israele ha mosso nella Striscia di Gaza, in risposta all’aggressione del 7 ottobre 2023. Nel nostro quartiere ha prevalso incontrastata una narrazione unilaterale centrata su una rappresentazione del terrorismo di Hamas come “resistenza” al “sionismo”, quest’ultimo non più letto come movimento risorgimentale del popolo ebraico, ma come progetto colonialista che culmina, in particolare con la guerra di Gaza, nel concepire e mettere in pratica il “genocidio” del popolo palestinese. Gli articoli di Corso hanno, come prevedibile, un taglio soprattutto giuridico, volto a ricostruire le vicende giudiziarie che, a livello internazionale, hanno interessato Israele, come i giudizi della Corte Internazionale di Giustizia e della Corte penale internazionale. Ma le sue analisi sono supportate da un inquadramento storico e politico, corredato da un’utile bibliografia, che le rendono interessanti anche al lettore non specialista.

“La vasta e complessa offensiva militare lanciata il 7 ottobre 2023 contro Israele da Hamas, Jihad Islamico palestinese e altri gruppi armati palestinesi – argomenta Corso – è senza precedenti nella storia del conflitto israelo-palestinese. Sebbene sia diventata una moda affermare che gli eventi del 7 ottobre non siano accaduti in un vuoto e che addirittura possano essere qualificati come una forma di resistenza, la brutalità dell’eccidio perpetrato nella cosiddetta operazione Al-Aqsa Flood, il numero delle vittime (circa 1200 in una mattina), il numero dei terroristi, ma anche dei civili coinvolti (più di seimila persone secondo le ultime stime), la barbarie e le sevizie inflitte a soggetti inermi, donne, bambini, neonati, anziani, il sadismo di gesti […], impongono di individuare una cesura fra un prima e un dopo. La Rappresentante speciale del Segretario Generale [dell’Onu] sulla Violenza sessuale nei conflitti, Pramila Patten, ha dichiarato di aver raccolto prove sufficienti per affermare che stupri e atti di barbarie siano stati di una portata immensa (chiodi e pezzi di ferro e plastica nelle vagine delle vittime, decine di liquidi seminali sullo stesso corpo, bacini fracassati, seni recisi, pezzi dei corpi trovati a centinaia di metri di distanza l’uno dall’altro, bambini bruciati vivi e così via). A differenza degli atti di barbarie di cui la storia è tristemente intrisa, specialmente negli ultimi cento anni, qui i protagonisti sono andati fieri delle atrocità commesse: sui social postati dai terroristi compaiono ostaggi donna con pantaloni insanguinati e altre scene raccapriccianti, nonché atteggiamenti di giubilo per il successo dell’operazione”.

“I giuristi – prosegue Corso - discutono sulla definizione dell’operazione Al-Aqsa Flood, se si tratti di un atto di guerra o di terrorismo. Quel che è certo è che essa è stata accompagnata da un attacco concentrico anche dall’alto su tutto il territorio di Israele. Nelle prime quattro ore del massacro perpetrato nel sud, circa 3000 razzi sono stati lanciati dalla Striscia di Gaza su tutto il territorio Israele. I razzi sono stati lanciati indiscriminatamente nei confronti di obiettivi civili e un numero rilevante della popolazione israeliana ha appreso del massacro in corso dalle camere di sicurezza. Poco importa che una parte dei razzi sia ricaduta nel territorio di Gaza o che sia stata bloccata dal meccanismo di difesa chiamato Iron Dome. Se l’intento è divenuto così importante nella definizione dei gesti, tanto che si discute da mesi sulla presenza di un intento genocidario nell’esercito israeliano (Israeli Defense Forces, IDF), su una cosa possono esservi pochi dubbi: l’intento di Hamas, e degli altri soggetti coinvolti, è stato e continua essere quello di colpire i civili israeliani per liberare l’area da infedeli. A questo intento se ne aggiunge un altro ancora più sinistro. Per espressa menzione dei leader dell’operazione, da Yahya Sinwar al defunto Ismail Haniyeh, intento secondario è quello di sacrificare il sangue dei palestinesi, donne, bambini e anziani, alla causa della distruzione dello stato di Israele”.

“Questo intento spiega – prosegue Corso - perché, a dispetto degli avvertimenti dell’IDF su bombardamenti imminenti e pur in presenza di un’imponente rete di tunnel sotterranei che avrebbero messo la popolazione civile al riparo dai bombardamenti o comunque ridotto in modo considerevole il numero di vittime, la leadership di Hamas si è opposta a ciò che un governo sotto attacco dovrebbe fare nei confronti della propria popolazione: tentare di minimizzare le vittime civili. Mentre la popolazione di Gaza precipitava in una crisi umanitaria drammatica, la leadership di Hamas ha trafugato gli aiuti umanitari e ha rifiutato di destinare la massiccia quantità di carburante richiesta per la ventilazione dei tunnel (circa 700 km) per l’uso di una popolazione esposta alle intemperie dell’inverno. Non si comprendono atteggiamenti di questo tipo se non a partire dalla mentalità totalitaria dei soggetti coinvolti. L’8 ottobre, e cioè a meno di 24 ore di distanza dall’operazione Al-Aqsa Flood, Hezbollah ha cominciato a lanciare razzi guidati e proiettili d'artiglieria contro le postazioni israeliane al confine con il Libano. Nei giorni immediatamente successivi, gli attacchi missilistici si sono intensificati: sia da parte del gruppo yemenita degli Houthi che delle milizie sciite in Siria ed in Iraq, gruppi questi finanziati e armati dall’Iran, proprio come nel caso di Hamas. Gli attacchi hanno avuto quale ulteriore conseguenza un numero impressionante di sfollati. Più di duecentomila israeliani hanno dovuto lasciare le proprie case […]. Israele è precitata in uno stato di shock. La morte di 1200 cittadini e il sequestro di più di 240 persone, fra cui neonati, ragazze e ragazzi, anziani presi dal proprio letto, la paralisi dell’esercito e delle forze di polizia, in un paese di 9,3 milioni di persone (di cui 7 milioni di ebrei) ha fatto sì che pressoché ogni famiglia fosse direttamente o indirettamente coinvolta dal massacro. La duplice strategia di Hamas, decimare le comunità del sud di Israele e sequestrare centinaia di persone, ha posto la società israeliana di fronte alla tragica scelta di decidere se combattere militarmente Hamas e gli altri gruppi terroristici coinvolti ovvero negoziare in ossequio al principio cardine della filosofia ebraica che pone il riscatto dei prigionieri fra i primi comandamenti. Note all’opinione pubblica internazionale sono diventate le profonde divisioni nella società israeliana”.

A questo punto nello sviluppo del suo ragionamento, Corso pone il problema se la reazione di Israele fosse legittima. È la questione della “guerra giusta”, che il filosofo Michael Walzer ha riconsiderato alla fine degli anni Settanta del secolo scorso. Soprattutto l’opinione pubblica mondiale, a partire dalle piazze che si sono mobilitate in questi due anni, ha criticato aspramente il modo in cui Israele ha condotto la guerra, nel tentativo di debellare Hamas; senza tale tentativo, però, l’organizzazione terrorista avrebbe conseguito una vittoria politica e potuto tentare la ripetizione di attacchi analoghi a quello del 7 ottobre. Ovviamente Corso non si nasconde la realtà che la guerra sia “un fenomeno atroce e brutale. Gli eventi che ne scandiscono il tempo sono drammatici: morti, feriti, sfollati, famiglie spezzate, orfani, madri e padri che perdono giovani figli nel fiore degli anni; devastazioni, mancanza di beni di prima necessità, storie e memorie private cancellate; traumi che si protraggono nel tempo. Insomma, un autentico orrore”. Va però tenuto conto del fatto che, innanzitutto, il Ministro della Salute di Gaza, sotto il controllo di Hamas, nel calcolo delle vittime “non menziona i combattenti ma solo le donne e i bambini affermando che si tratta del 70% delle vittime totali” e, in secondo luogo, bisogna considerare “lo spietato uso intenzionale e pianificato della popolazione civile di Gaza come ‘scudo umano’ da parte di Hamas. Si pensi che i punti di accesso dei tunnel sono situati in abitazioni civili (anche nelle camere dei bambini), moschee, scuole e perfino negli ospedali; e che i tunnel sono stati destinati solo ai combattenti, precludendone l’accesso alla popolazione civile. […] Nota è poi la circostanza che i combattenti non indossino uniformi: proprio in conformità all’obiettivo di mimetizzarsi fra i civili. Insomma, se in tutte le guerre – perfino quelle combattute dai leader più spietati – ai civili è data la possibilità di un riparo sottoterra, qui la situazione è all’opposto: i civili vengono esposti ai bombardamenti mentre i combattenti si rifugiano nei tunnel”. Ciò ovviamente “non esclude che singole condotte di singoli soldati abbiano violato le regole internazionali”. Ma la questione giuridica (e soprattutto politica, per i nostri interessi) è se “la strategia militare includesse un deliberato attacco alla popolazione civile di Gaza”, fino all’accusa di genocidio. Relativamente a quest’ultima, il fattore decisivo consiste nella sussistenza, nel comportamento delle IDF, di un “intento genocidario” e, secondo Corso, “una serie di circostanze in via di fatto - preavvertimenti con volantini, altoparlanti, telefonate e messaggini prima dei bombardamenti, a titolo di esempio – […] contraddirebbero la volontà di sterminare un intero popolo o solo parte di esso”.

Ciò che inquieta nelle mobilitazioni del movimento in sostegno della Palestina di questi mesi è lo slittamento qualitativo dalla richiesta di una patria per i palestinesi allo slogan “Palestina libera dal fiume al mare”, parola d’ordine che quindi implica la distruzione della nazione ebraica, tradendo la connotazione fondamentalmente antisemita del movimento. (Peraltro, come fa notare Davide Bidussa[i], l’esperienza degli israeliani delle generazioni più recenti si connota più che per la memoria dell’Olocausto in Europa, per le persecuzioni e i pogrom subiti nei paesi arabi e musulmani). Qui l’analisi di Corso è illuminante, perché lei evidenzia uno spostamento secolare dell’antisemitismo, che nasce come critica nazionalista alla presunta incapacità degli ebrei di integrarsi nei paesi europei – critica che, come fa notare Hannah Arendt, culmina poi nella follia genocidaria dei nazisti - e diventa invece, nel discorso portato avanti dal movimento pro-pal, una asserita “incapacità di Israele di far parte in modo decente e dignitoso del consesso degli stati mondiali”. Inoltre, come ha recentemente rilevato Guido Vitiello sul Foglio, l’accusa di genocidio diventa “un capitale morale illimitato per un ricatto permanente: ma come, ti domandano, davanti a un genocidio ti preoccupi di uno striscione sbagliato, delle gaffe di Albanese, di qualche ebreo insultato, dell’affidabilità delle cifre di Hamas? Mettendo l’infinito nella proporzione, ogni calcolo appare come una piccineria”. In altri termini, “se tra i termini di una proporzione inserisci l’infinito, tutto il calcolo sballa e puoi anche chiudere il quaderno: è esattamente quello che sta succedendo discutendo di Gaza”[ii].

L’analisi di Corso è condivisibile e molto utile. Manca, però, di considerare la realtà politica di Israele nella sua interezza. Essere dalla parte di Israele è un riconoscimento della cultura ebraica e dell’apporto che ha recato alla nostra civiltà occidentale e mondiale; è un segno di ammirazione per un popolo che ha saputo mantenere la propria identità (peculiarmente etnico-religiosa) nei millenni, nonostante le persecuzioni. Ma il nostro parteggiare per Israele risiede soprattutto nel fatto che questo paese è una società libera, che apre opportunità ai suoi cittadini (ebrei e arabi), che riconosce il diritto di ognuno/a di fare le proprie scelte in materia di stile di vita; un paese dotato di una cultura politica che contempla una società civile vibrante, legittimata a criticare il potere e i suoi abusi. Tutto ciò è, però, sempre soggetto a verifica empirica, perché – come dimostra anche il caso statunitense – questi aspetti politici, che connotano le democrazie, sono reversibili da parte dell’offensiva populista[iii]. Continuano quindi i soprusi a danno dei palestinesi in Cisgiordania e ci sono stati ambienti governativi che hanno coltivato l’idea di una soluzione della questione di Gaza attraverso l’espulsione dei palestinesi. In altri termini, Israele ha incarnato tradizionalmente, per noi, i valori occidentali di libertà e democrazia, che sono valori universali e universalizzabili, tanto da rappresentare punti di riferimento per quelle società civili in lotta contro autocrazie e fondamentalismi religiosi.

 

Corso, Lucia, Le ragioni di Israele dopo il 7 ottobre. La 'questione Israele' come nuova questione ebraica, in F. Addis e L. Nivarra (a cura di), “Anni 2000. Studi di politica e diritto”, Jovene, 2025, pp. 61-92; Accusa di genocidio ad Israele e Corte Internazionale di Giustizia: spunti di riflessione, I diritti dell’uomo 1, 1, 2024, pp. 87-110.

 


[ii] G. Vitiello, Dalla reductio ad Hitlerum alla reductio ad genocidium, Il Foglio, 18 ottobre 2025.

[iii] Porat G. B. e Filc D., Remember to be Jewish: Religious Populism in Israel, Politics and Religion 15, 1, March 2022 , pp. 61-84.

 
 
 

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